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home letteratura Karibuni Zanzibar (1) (2008)
Karibuni Zanzibar (1) (2008)

di Silvia Failli

ImmaginAfrica, insieme al Festival di Verona, nel 2008 è stata presente, in veste di giuria, al Festival di Zanzibar per selezionare film da portare in Italia. L’articolo fornisce alcune informazioni sul contesto del Festival, la scelta tematica condotta per l’edizione del 2008, le difficoltà con cui gli organizzatori si trovano a confrontarsi e la realtà storico-culturale stessa dell’isola di Unguja e della sua principale città Stone Town. Il contesto è quello di un’Africa che interroga l’Occidente sugli stereotipi da cui si fa guidare nel proprio rapporto con l’alterità e di un’iniziativa cinematografica che, giunta alla sua undicesima edizione, ha messo al centro della propria proposta la realtà scomoda e feconda dei cultural crossroads.



ColoursTornando dall’Africa è pressoché inevitabile chiedersi se sia possibile visitare un suo qualsiasi anfratto senza riportarne interrogativi ed occasioni di riflessione che mettano a soqquadro qualche nostro abituale modo d’intendere. La prima risposta che si affaccia alla mente è un ‘no’ piuttosto deciso, ma questa reazione immediata viene messa in ombra dal ricordo di incontri con una particolare fisionomia di  ‘viaggiatori’: quella di coloro che, abituati a spostarsi per il mondo sulle rotte del familiare, traslocano da un luogo all’altro cercando di cautelarsi dalla pericolosa eventualità di imbattersi in forme del gusto (culinario in primo luogo) che non siano rigorosamente italo-internazionali. Una tipologia che sembra essere particolarmente presente a Unguja (l’isola maggiore dell’arcipelago zanzibarino), dove frotte di turisti italiani (1.200 la settimana, afferma, non si sa con quale perizia, uno dei ragazzotti locali che del turismo han fatto il perno delle proprie giornate) si riversano con periodicità, fatalmente attratti dal bianco abbacinante di spiagge chilometriche che si offrono loro al ritmo delle maree. Ospiti bizzarri, capaci di sborsare 50 dollari solo per coprire un tragitto che, facendo uso dei mezzi locali, costerebbe loro non più di 1.000 shelling  (meno di un dollaro, poco più di 50 centesimi di euro): una sproporzione così alta da far supporre che proprio coloro i quali offrono ai turisti tali mirabolanti occasioni siano in realtà scettici rispetto alla possibilità di successo delle loro offerte ed increduli nel vederle puntualmente ottemperate. E’ il prezzo della protezione dall’imprevisto, che a Unguja-Zanzibar è piuttosto facile pagare - tanto da far presagire ben altre risposte alla nostra iniziale domanda -; ciononostante, è improbabile ritornare anche da questa domestica ‘terra dei neri’ (2) senza qualche perplessità che aggredisca il bagaglio di stereotipi col quale si era partiti. Basti guardare, ad esempio, le donne che si incontrano per le strade; e guardare gli altri che ci guardano, noi donne ed uomini d’altrove. Diviene allora quasi impossibile non farsi interrogare dalla noncuranza che fa da contorno alla nostra più o meno svestita presenza e, cullati dal senso di tranquillità che ne deriva, non rilevare la varietà delle forme di islamizzazione testimoniata dall’abbigliamento femminile che alterna leggeri e colorati foulard a nerissimi niqab deputati a lasciare scoperti solo gli occhi. Si è indotti  quanto meno a sospendere l’idea di un islam monolitico ed a riflettere sulla possibilità che la stessa ‘questione del velo’ venga impostata troppo semplicisticamente da chi non ne colga dall’interno la molteplicità di valenze.

D’altra parte, viene da pensare “siamo a Zanzibar: perché stupirsi?”. Eppure, se lo guardiamo bene, Zanzibar non si mostra affatto come quel mitico luogo di incroci di culture che tendiamo a pensare: indiani, arabi, portoghesi, hanno tutti lasciato il segno (la sorprendente Stone Town – la città più grande dell’isola - ne porta le tracce in modo evidente), ma quel fantastico crocevia di commerci ed odori speziati che - quasi un paese dei balocchi - ha intessuto l’immaginario collettivo per la sua capacità di convivenza armoniosa fra le diversità e di meticciamento, non sembra riuscire davvero a fare il passo dal multiculturalismo all’interculturalità. Anche in questo mitico angolo di mondo le relazioni umane sembrano permanere, infatti, su un piano di affiancamento che non si concede troppe commistioni. In questo Zanzibar un po’ delude. La si vorrebbe laboratorio vitale in atto di meticciamenti e la si scopre solo profondamente tollerante. Forse di una tolleranza non rassegnata al peso dell’alterità, più condiscendente e leggera rispetto al gravame della sopportazione; la si direbbe intrisa di un’abitudine alla tolleranza che ha reso quest’ultima solo qualcosa di più di se stessa: accettazione priva di pesantezza, ma non ancora apertura, piacere della scoperta, creatività.

Stone Town, d’altra parte, sorprende: città di pietra inserita dall’Unesco fra i 100 centri storici più importanti del mondo, porta le tracce di una storia secolare e di una presenza poliedrica. La ‘capitale’ (3) vale decisamente il viaggio, nonostante la deriva turistico-commerciale che, sulla scia di un’antica vocazione, ne sta ridisegnando i caratteri. Al di là della fisionomia da mercatino di souvenir che la sta progressivamente connotando è evidente che questa città dai portoni intarsiati potrebbe essere ben altro rispetto a ciò che ci appare essere e per questo un ruolo significativo potrebbe svolgerlo proprio lo Zanzibar International Film Festival/Festival of the Dhow Countries (4) che da 11 anni si tiene nell’arena del Vecchio Forte e che nel 2008, non a caso, ha scelto il tema dei cultural cross road ad emblema di sé.

Quest’anno Verona e Padova (cioè il Festival della cinematografia di Verona e ImmaginAfrica) erano presenti alla manifestazione zanzibarina in veste di giuria, per la visione del materiale filmico e, in particolare, per la premiazione di un’opera da portare in Italia nell’ambito delle due rispettive iniziative (5).

Niente di paragonabile ai festival cinematografici del Vecchio Continente, e neanche al quarantennale Festival Panafricaine de la Cinématographie de Ouagadougou, ma... “perché dovrebbe esserlo?” chiede con provocatoria determinazione Martin Mhando, il direttore del Festival, ai giurati che, riuniti per un incontro di verifica, gli stanno avanzando una serie di contestazioni in proposito.

Che sia o meno rilevante sul piano strettamente cinematografico, è certo che il festival zanzibarino è e vuol essere un evento di forte rilevanza socio-culturale. Rappresenta, infatti, l’evento culturale per eccellenza dell’arcipelago di Zanzibar (oltre ad essere la manifestazione cinematografica di maggior rilievo dell’Africa Orientale) ed i temi che di anno in anno orientano la scelta delle pellicole ed i dibattiti connessi alle proiezioni testimoniano fortemente l’impegno retrostante. Scegliere di parlare dei cultural crossroad, ad esempio, ha voluto dire, per l’organizzatore del festival, proiettare materiale che testimoniasse le fecondità, ma anche - soprattutto - le difficoltà, degli incroci culturali. Un tema cruciale per Zanzibar, che su questo si è edificata ed ha nutrito l’immaginario collettivo, continuando ad essere testimonianza di una possibilità che, come accennavamo precedentemente, sembra voler rimanere perennemente tale. L’intento del Festival del 2008 è stato quello di mettere a fuoco, attraverso la cinematografia, la problematicità insita nel momento dell’incontro delle diversità, di portarla sulla scena affinché, com’era già avvenuto per la precedente edizione, si stimolasse il dialogo intorno a ciò che viene generalmente sottaciuto in quanto problematicità presente e scomoda. Si è cercato, quindi, di stimolare la riflessione su una questione scottante, difficile, per evidenziarne le molteplici sfaccettature, per favorire la consapevolezza critica del disagio e del rischio insito nell’incontro-scontro di alterità, ma anche per metterne in luce le potenzialità, per pervenire ad una maggiore coscienza di sé e stimolare la possibilità di intraprendere un percorso decisionale consapevole ed eticamente fondato. Un tentativo scomodo che, cinematograficamente, ha attraversato i temi della guerra civile e dei bambini soldato, dello scontro etnico fino agli estremi del genocidio, dell’intolleranza religiosa, del colonialismo, dell’emigrazione, dei diversi modi di intendere i rapporti di genere. Messaggi scomodi, veicolati attraverso la scelta filmica perché Unguja è anche un luogo di vecchia tradizione cinematografica, come è testimoniato dal fatto che una sala per le proiezioni vi era stata già aperta nel 1929. Le sale, nel corso degli anni, da una erano diventate tre, ma oggi, com’è accaduto per molte altre zone dell’Africa, sono ormai tutte chiuse, trasformate in supermercati o in uffici. È anche su questo elemento di perdita che si inserisce l’importante impegno dell’organizzatore del festival: rendere accessibile la cinematografia a Zanzibar, far vedere film africani in Africa, restituire forza alla comunicazione visiva, recuperare l’antica tradizione dei ‘raccontastorie’, dei griot, del racconto orale, intessuto di musiche e suoni visivamente incarnati.

Un tentativo e una difficoltà che incontrano anche lo scoglio della censura. La difficoltà maggiore a questo livello, a Zanzibar, sembra essere quella della rappresentazione di scene a connotazione sessuale: la censura agisce ostacolando la possibilità di visione di immagini in cui si mostrino il nudo dei corpi (maschili o femminili che siano) e le effusioni erotico-sentimentali troppo esplicite. Capita che alcuni dei film selezionati per le proiezioni non passino il vaglio della censura e che gli organizzatori si trovino a chiedersi fino a che punto accondiscendere a richieste che non condividono e fino a che punto, proprio in considerazione di quelle richieste, cercare di agire sulla linea di confine che separa il lecito dall’illecito, magari con la possibilità di rideterminarne il perimetro. Una posizione di grande responsabilità, che il direttore del festival si è trovato più volte a gestire, come quando, nella penultima edizione, ha valutato l’opportunità di proiettare comunque un’opera censurata, avvalendosi di artifici che ne consentissero la visione, in quanto ritenuta prodotto di rilievo socio-culturale. Volendo assolutamente mostrare al pubblico il film censurato, ha deciso di sedersi vicino alla macchina da presa in modo da poter mettere un dito sulla lente al momento della scena incriminata, consentendo così di far scorrere la pellicola senza che quella scena risultasse chiaramente visibile: “È stato solo qualche secondo, il pubblico ha pensato a un problema tecnico, così ho fatto in modo che si potesse vedere questo bellissimo film sulla schiavitù. Di fatto l’ho censurato io, però ho dato modo al pubblico di avere un’opportunità di tipo culturale.” Oppure, scelta ancor più rischiosa, può accadere che si decida di far vedere comunque un film censurato confidando nel fatto che l’informazione non esca nuda e cruda dalla cerchia delle poche centinaia di persone che assistono alla proiezione. Un impegno culturale, sociale, politico, quindi, di cui la cinematografia africana, di anno in anno, non manca di darci testimonianza.

 


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NOTE

(1) Il termine karibuni è il plurale di karibu che, in lingua swahili (la lingua principalmente parlata a Zanzibar), significa ‘benvenuto’.
(2) Zanzi barr = ‘terra dei neri’: è l’appellativo genericamente utilizzato dai mercanti arabi e persiani del Medioevo per la costa dell’Africa Orientale e che ha finito, nel tempo, per designare l’arcipelago zanzibarino.
(3) L’arcipelago di Zanzibar si trova in Tanzania, la cui capitale è Dar Es Salaam; Stone Town è, invece, la città principale dell’arcipelago, il quale nutre forti spinte indipendentiste rispetto alla terraferma e individua in essa la propria ‘capitale’.
(4) Il Festival ha una doppia denominazione: Zanzibar International Film Festival (Z.I.F.F.) è l’appellativo originario, poi sostituito con Festival of the Dhow Countries ad indicare l’area geografica comprendente i paesi che si affacciano sull’oceano Indiano occidentale e che è simbolizzata dall’uso dell’imbarcazione tradizionale Dhow.
(5) L’opera premiata è stata il documentario Behind this convent del ruandese Gilbert Ndahayo.

 

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