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Bamako

Regia: Abderrahmane Sissako
Sceneggiatura: Abderrahmane Sissako
Fotografia: Jacques Besse
Montaggio: Nadia Ben Rachid
Suono: Dana Farzanehpour
Interpreti: Aïssa Maïga, Tiécoura Traoré, Hamadoun Kassogué, Habib Dembele,Hélene Diara
Formato: 35 mm, colori
Durata: 118 min.
Versione Originale: Francese, Bambara
Produzione: Denis Freyd, Abderrahmane Sissako
Distribuzione: Les films du Losange
Premi: FESPACO 2007 (Prix de l'Action Mondiale contre la pauvreté, AMCP)

 

Sinossi

In un cortile che è una vera e propria società in miniatura si svolge, a Bamako, un processo di respiro internazionale. Convocati: da una parte l’Africa, dall’altra l’Occidente.

Dopo un percorso preparatorio effettuato con l’aiuto di magistrati, avvocati professionisti e vere e proprie vittime dei ‘piani di aggiustamento strutturale’ messi in opera dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale, il regista - come lui stesso dichiara - una volta stabilito il quadro del dibattito da realizzare, ha messo in scena direttamente i suoi interlocutori lasciando loro la libertà di testimoniare, accusare, difendere.

La registrazione delle immagini si è sviluppata secondo un andamento quasi-documentario, senza che il regista interrompesse la scena ad ogni piè sospinto, senza la richiesta ai partecipanti-attori di riprendere una frase o modificare una qualche successione di eventi.

D’altra parte, mentre il tribunale porta avanti la sua attività, la vita del cortile continua nel suo fluire: il processo prende spunto dal reale, è - in senso forte – reale e in quanto tale non avrebbe potuto svolgersi in un luogo fittizio, separato dalla vita; anche i personaggi che animano la corte sono allora, talvolta, gli effettivi abitanti del quartiere, ivi compresi gli stessi membri della famiglia del regista, il quale ha scelto quell’ambientazione anche in relazione alla sua vicenda biografica (la corte in cui è cresciuto con la propria famiglia e composta da non meno di 25 persone).

Ne emerge la parabola di un discorso difficile da intendere, uno spaccato di reale costruito senza manicheismo, poiché se da una parte vengono chiamati a giudizio i grandi organismi internazionali, dall’altra si denuncia la complicità dei poteri africani. Un finto western s’inserisce ad un certo punto del film, come ad intendere che “i cow-boys non sono tutti bianchi e che l’Occidente non è il solo responsabile dei mali dell’Africa. Anche noi”, afferma Abderrahmane Sissako, “abbiamo la nostra parte di responsabilità. Gran parte dell’élite africana è complice dell’Occidente: non ha mai avuto il coraggio di agire per cambiare le cose poiché ciascuno vigila in modo egoistico sui propri interessi. Ho quindi considerato questa sequenza western come la metafora di una missione della Banca Mondiale e del FMI – poiché queste missioni sono portate avanti contemporaneamente da Europei ed Africani”.

Fra finzione e documentario, le immagini si mescolano alle parole, le sequenze girate in pellicola (le storie che il regista costruisce intorno al tribunale) a quelle in video (il processo è reale e viene ripreso in video), il racconto si mescola alla realtà e la realtà sembra una finzione narrativa.

Tutto falso, tutto vero, a partire da una posizione autoriale  che, se da una parte intende prendere posizione, dall’altra cerca di costruire un’opera che non vuol ‘essere contro’, ma ‘costruire qualcosa’.

“Ognuno si batte a  suo modo”.

 

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